Colorni, Morpurgo: l’identità della scuola “Eugenio Colorni”
Cos’è una scuola? Cos’è che la rende ciò che è? È forse il suo edificio, i suoi muri? La sua posizione? O sono piuttosto le persone che la vivono: gli insegnanti, gli alunni e le loro famiglie? Quanto conta il nome che porta?
Se ogni anno parte degli alunni e dei docenti cambia, cosa rimane immutato? C’è un’identità profonda, un DNA della scuola che sopravvive nel tempo? Un legame invisibile tra un ragazzo che frequenta oggi e uno che sedeva nella stessa aula cinquant’anni fa?
Forse il DNA di una scuola è l’insieme delle persone che l’hanno attraversata, delle idee che hanno trasmesso, dei valori che hanno lasciato in eredità a chi è venuto dopo.
La nostra scuola porta il nome di Eugenio Colorni. Nel XX secolo, mentre in Europa si affermavano regimi totalitari, Colorni non esitò a impegnarsi nella lotta clandestina: scrisse articoli sotto pseudonimo, mantenne contatti con organizzazioni socialiste all’estero e pagò il prezzo della sua opposizione con l’arresto e il confino a Ventotene. Qui Eugenio Colorni, insieme ad altri studiosi di diversa estrazione, come lui condannati al domicilio coatto, fu capace di leggere con lucidità la situazione in cui versava l’Europa e di individuare soluzioni lungimiranti che ancora oggi costituiscono per i cittadini europei un riferimento fondamentale. Nel maggio del 1944, intercettato dalla banda Koch, venne ferito a morte e morì due giorni dopo, senza poter vedere la realizzazione del sogno per cui aveva lottato.
Ironia della sorte, il suo assassino, Pietro Koch, portò le sue torture a pochi passi dalla nostra scuola, nella fa-

Fonte: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/fotografico/search/result.html?personeFotografico=%22Morpurgo%2C+Marcello%22
migerata “Villa Triste” di via Paolo Uccello. Un monito per noi: la libertà non è mai garantita per sempre, va costruita e difesa ogni giorno.
Ma non è solo il nome a definire l’identità di una scuola: è soprattutto il lavoro di chi l’ha abitata, come il primo preside Marcello Morpurgo, che ha introdotto pratiche innovative di partecipazione e responsabilizzazione degli studenti, lasciando un segno tangibile nella memoria di chi ha vissuto quegli anni. All’epoca, il contributo degli alunni alle scelte della scuola non era una prassi consueta e su questi aspetti il nostro istituto anticipò di anni i decreti delegati. Il preside Morpurgo faceva eleggere fra gli alunni due rappresentanti di classe che si riunivano in assemblee a cadenze preordinate per discutere dei vari problemi. A rotazione, squadre di studenti si occupavano della pulizia e della manutenzione della scuola e del giardino, sotto la sua direzione. Anche lui si sporcava le mani: zappava, seminava, trasportava materiali. Aveva creato un giardino bellissimo: sul fronte di via Albani e Paolo Uccello rose rampicanti, glicine e piante; verso la Masseroni, alberi da frutto; mentre il lato campetto era dedicato all’orto.
Al suo fianco, il bidello Rebecchi, descritto come “bidello dalle mani d’oro”. Lui e Morpurgo avevano creato un sistema di irrigazione sotterraneo che correva lungo il perimetro della scuola per nutrire le piante.
Queste figure hanno contribuito a plasmare un’identità, hanno lasciato un’impronta che attraversa le generazioni.
A che punto siamo oggi? La nostra scuola è ancora un luogo dove i ragazzi respirano cultura democratica e impegno civile? Attraverso le nostre scelte e le nostre azioni, riusciamo a trasmettere i valori che hanno guidato Colorni, Morpurgo e tanti altri educatori?
E infine: come ci ricorderanno i nostri studenti? Vedranno nei loro insegnanti e nei loro dirigenti lo stesso spirito di impegno e cura che ha reso questa scuola un luogo speciale? Questo è l’interrogativo che dobbiamo porci ogni giorno, se vogliamo che il DNA della nostra scuola continui a vivere nelle generazioni future.
Alcuni approfondimenti sulla figura di Marcello Morpurgo: